La sentenza in questione ha ad oggetto un ricorso presentato da un datore di lavoro avverso una condanna per estorsione continua ai danni dei propri dipendenti. La difesa ha sollevato l’argomento che la richiesta di restituzione di una parte del salario, pattuita all’inizio del rapporto di lavoro e accettata dai lavoratori, non costituisse un atto di estorsione in quanto non vi era stata alcuna forma di coercizione o intimidazione. Secondo la difesa, tale accordo non avrebbe arrecato alcun danno ai dipendenti né comportato alcun profitto illecito per il datore di lavoro, in quanto il salario complessivo rimaneva conforme ai parametri della contrattazione collettiva.

La Corte ha accolto le argomentazioni difensive, ritenendo che le condizioni di lavoro contestate fossero state concordate esplicitamente al momento dell’assunzione e non imposte sotto minaccia o coercizione durante lo svolgimento delle mansioni lavorative. Ha sottolineato che la costrizione, elemento fondamentale per configurare il reato di estorsione, si sarebbe dovuta manifestare successivamente all’instaurazione del rapporto di lavoro, tramite minacce di licenziamento o altre forme di pressione.

Inoltre, la Corte ha richiamato un orientamento giurisprudenziale che esclude la configurazione del reato di estorsione quando, al momento dell’assunzione, il datore di lavoro offre agli aspiranti lavoratori l’alternativa tra rinunciare a parte della retribuzione o perdere l’opportunità di lavoro. Tale orientamento sottolinea che, pur essendoci un profitto ingiusto da parte del datore di lavoro ottenendo prestazioni d’opera sottopagate, non si può dimostrare che l’ottenimento dell’impiego causi un danno ai lavoratori rispetto alla situazione di disoccupazione preesistente.

Tuttavia, la Corte ha chiarito che il reato di estorsione sussiste se il licenziamento viene minacciato dopo l’instaurazione del rapporto di lavoro, nel caso in cui i dipendenti rifiutino di accettare le richieste illegittime del datore di lavoro. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio al fine di verificare se ci fossero state altre condotte, come minacce di licenziamento durante lo svolgimento dell’attività lavorativa, che andassero contro le legittime pretese contrattuali dei dipendenti.

Avv. Andrea Severini