Nel corso di un intervento chirurgico, nel febbraio 2012, Caia, in fase di anestesia, manifestava una violenta reazione allergica che le provocava un edema alla laringe. Il medico anestesista Tizio, uniformando la propria condotta a quanto prescritto dalle linee guida elaborate in ambito anestesiologico, dopo aver effettuato inutilmente tre tentativi di intubazione secondo metodi fra loro diversi, aveva atteso l’arrivo dell’otorinolaringoiatra che, pur praticando una tracheotomia, non riusciva a salvare la paziente, che decedeva a causa di ipossia, stato in cui versava ormai da diversi minuti.

All’esito dell’esame autoptico emergeva che la provvida esecuzione della tracheotomia avrebbe avuto esiti ragionevolmente salvifici della vita di Caia.

Tizio veniva così condannato in primo grado per il delitto di omicidio colposo con sentenza del 3 ottobre 2018.

Tizio, passati dieci giorni dalla pubblicazione della sentenza, si reca da un nuovo legale per ottenere un parere circa la proficuità della proposizione di un atto di appello.

Il candidato, ponendosi all’epoca dell’emissione della sentenza di primo grado (ed essendo quindi ovviamente in termini per proporlo), rediga l’atto ritenuto opportuno, qualificando la condotta del medico anestesista, con particolare riferimento ai concetti di colpa lieve e colpa grave, alla luce della disciplina intervenuta di cui al c.d. Decreto Balduzzi prima ed alla legge Gelli poi.

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