La Cassazione ha stabilito che l’autocertificazione è sufficiente a provare il rapporto di convivenza, salvo che non venga dimostrato il contrario, e fermo restando il rischio di responsabilità penale in caso di dichiarazioni false.

Il fatto riguarda un detenuto in custodia cautelare che ha visto negato il diritto ai colloqui in carcere con la propria compagna, nonostante avesse fornito autocertificazione e documentazione anagrafica comprovante la convivenza. Il giudice ha ritenuto tali prove insufficienti e la difesa ha impugnato la decisione in Cassazione, denunciando una violazione dell’ordinamento penitenziario e del principio di uguaglianza tra coniugi e conviventi.

L’ordinamento penitenziario (art. 18 Ord. pen. e art. 37 D.P.R. 230/2000) riconosce ai detenuti il diritto ai colloqui con familiari e conviventi. La legge n. 76/2016 equipara i conviventi ai coniugi in materia penitenziaria. Inoltre, una circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha chiarito che la convivenza può essere dimostrata anche tramite autocertificazione.

La Suprema Corte, con la sentenza in commento, ha accolto il ricorso, ritenendo che l’autocertificazione e lo stato di famiglia siano prove valide della convivenza, salvo prova contraria. Il giudice di merito aveva rigettato la richiesta senza motivare adeguatamente la propria decisione. Per questo motivo, la Cassazione ha annullato il provvedimento e rinviato la questione a un nuovo giudice per una nuova valutazione.

Avv. Andrea Severini